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GLI INVESTIMENTI NELLE MATRICOLE

IPO sta per Initial Pubblic Offering ed è la sigla od acronimo che indica l'offerta dei titoli nel momento in cui sbarcano in borsa e diventano matricole.

Spesso hanno fatto molta notizia le impennate delle quotazioni nel primo giorno delle stesse.

In realtà, e qui anticipo subito la questione fondamentale, questi sono risultati del tutto apparenti.

Infatti, come al solito, i prezzi sono frutto dell'incrocio fra la domanda e l'offerta, che qui avviene in modo particolare.

In sostanza: se c'è una forte richiesta dei titoli l'esubero della domanda fa schizzare su i prezzi.

Tuttavia, essendoci stata una forte richiesta dei titoli stessi al collocamento, si va al sorteggio delle azioni con probabilità molto sfavorevoli.

In pratica, con ogni probabilità si perde il sorteggio stesso e non si hanno i titoli.

Per contro, sono le IPO in cui c'è scarsa richiesta dei titoli quelle le cui quotazioni andranno male per la poca domanda in rapporto all'offerta e lì è molto più facile "vincere" il sorteggio e rimanere incastrati.

E' essenziale capire il meccanismo di assegnazione delle azioni, spesso causa di polemiche tra risparmiatori e banche.

Negli USA per ottenere le azioni in IPO occorre tradizionalmente essere clienti vip di un broker, altrimenti si è tagliati fuori, ma l'avvento dei broker online ha ampliato le possibilità per i risparmiatori meno facoltosi.

In Italia, allorché la domanda di titoli supera l'offerta (cosa che accade quasi sempre) e non è garantito neanche il lotto minimo, occorre ricorrere all'estrazione.

In tutti questi casi, le azioni vengono attribuite alle banche ed alle Sim che hanno partecipato al collocamento in maniera proporzionale al numero di adesioni raccolte.

I lotti minimi sono assegnati dal collocatore ai richiedenti mediante estrazione a sorte, nel rispetto della parità di trattamento (anche se c'è chi non ci crede, essendo in Italia, tuttavia va detto che non è mai emerso niente di irregolare).

L'estrazione avviene ad opera degli intermediari con modalità "che consentono la verificabilità delle procedure utilizzate e la loro rispondenza a criteri di correttezza, e deve svolgersi alla presenza di un terzo indipendente".

La presenza delle estrazioni ha mutato tanti collocamenti delle fasi Toro delle borse in autentiche lotterie.

Chi vuole sottoscrivere le azioni in IPO di sovente fa presentare la richiesta a più amici e parenti, in modo da aumentare le probabilità di ottenere l'assegnazione di un lotto minimo.

Strategia fin troppo diffusa per essere realmente profittevole è quella di puntare alla vittoria del sorteggio, aspettare che il titolo strappi nel primo giorno di quotazione, vendere ed incassare la plusvalenza.

Tuttavia, detta strategia nella migliore delle ipotesi tende a far ottenere un piccolo guadagno, ma nella maggior parte dei casi comporta risultati deludenti.

Di fatto, in Italia l'adesione alle Ipo è stata una strategia deludente persino nel lustro 1995-2000, periodo eccezionalmente favorevole per le borse.

Infatti non ha generato guadagni significativi: essi sono stati stimati in uno studio pubblicato dalle edizioni de Il Sole 24 Ore in un rendimento netto finale dell'1,34%, una volta che si tiene conto della ridotta probabilità di ottenere realmente i titoli più "esplosivi".

Al di là delle classiche speculazioni mordi e fuggi, aderire a un'IPO è un valido affare per il medio-lungo periodo?

Statisticamente no, soprattutto se non si è riusciti ad acquistare al prezzo di collocamento.

Mentre moltissimi risparmiatori ricordano i boom delle azioni entrate in borsa negli anni '80 e '90 (Microsoft, Cisco, AOL e tante altre), viene di norma dimenticata la moltitudine di aziende che hanno fortemente deluso.

A giugno 2004, su 89 matricole approdate alla Borsa Italiana dal 1999 in poi, solo 14 (il 16%) quotavano ad un prezzo superiore a quello del collocamento.

Nel dettaglio, la frequenza delle operazioni in perdita variava a seconda del periodo di quotazione: per i 27 collocamenti avvenuti tra inizio 1999 ed aprile 2000 (subito dopo i massimi dei listini), il 15% era in territorio positivo a giugno 2004.

La percentuale scendeva all'8% per le 36 IPO che si erano succedute fra maggio e dicembre 2000 e risaliva al 27% per le 26 matricole giunte a Piazza Affari tra gennaio 2001 e maggio 2004.

Uno studio, sempre pubblicato dalle edizioni de Il Sole 24 Ore e relativo a tutte le aziende (circa 5.000) entrate a Wall Street tra il 1970 ed il 1990 ha dato risultati molto significativi.

Infatti mostra che coloro che hanno comprato al prezzo di mercato il primo giorno di contrattazione dopo le IPO, ed hanno mantenuto l'investimento per cinque anni, hanno ottenuto un rendimento annualizzato del 5%.

Quanti hanno investito in aziende delle stesse dimensioni negli stessi giorni in cui sono stati comprati i titoli offerti in IPO hanno ottenuto un rendimento annualizzato del 12%.

La lezione che si trae è chiara: la performance successiva a un'IPO delude facilmente, anche perché è probabile che le aziende proposte nei momenti di entusiasmo generale dei mercati siano sopravvalutate e, di conseguenza, destinate a produrre rendimenti insoddisfacenti nel lungo periodo.

D'altra parte l'ostilità di Warren Buffet a partecipare alle IPO non viene certo dalla Luna.

L'underpricing

Un fenomeno usuale, a livello mondiale, per le IPO è quello dell'underpricing (o sottovalutazione del prezzo) dell'azione.

Può essere definito come la differenza tra il prezzo di collocamento dei titoli e la quotazione registrata nel periodo immediatamente successivo all'offerta (ossia il primo giorno di contrattazione), al netto della variazione dell'indice della borsa in esame.

In Italia, uno studio pubblicato delle edizioni del Sole 24 Ore ha verificato che negli 87 collocamenti a prezzo variabile verificatisi dal 1985 al 2000 a Piazza Affari, l'underpricing medio è stato del 14,33%.

L’underpricing ha, fra le sue funzioni, quella di rendere conveniente il collocamento e far si che il mercato sottoscriva una quantità di titoli adeguata.

Quantità che non avrebbe sottoscritto senza questo elemento di convenienza.

Nel periodo considerato, inoltre, l’assoluta scarsità di informazioni per i risparmiatori costringeva ad offrire un underpricing enormemente più significativo per ottenere la raccolta del risparmio desiderata.

Le norme di trasparenza introdotte per legge negli anni ’90 hanno fatto crollare detto underpricing.

In Italia, mentre nei primi anni '80 il prezzo di collocamento era fissato già nel prospetto informativo, spesso consegnato con largo anticipo, nelle operazioni realizzate a partire dagli anni '90 la procedura è stata quella del book-building, che formalmente rispetta maggiormente il gioco della domanda e dell'offerta.

A dispetto di questo e del fatto che nel corso degli anni ’90 gli obblighi di informativa sono divenuti progressivamente più stringenti, costringendo i collocatori a maggiore trasparenza, questo meccanismo ha originato in anni recenti forchette di prezzo ampissime fra minimi e massimi, costringendo spesso chi sottoscrive ad affidarsi al “buon cuore” di chi colloca.

I riparti

Il regolamento CONSOB sugli emittenti stabilisce che in un collocamento borsistico "i criteri di riparto assicurano la parità di trattamento tra i richiedenti".

Oltretutto, fino al maggio 1999 un altro regolamento CONSOB vietava la presentazione di più richieste di azioni in collocamento allo stesso nome presso più intermediari.

Successivamente, la questione è stata affidata all'autodisciplina dei global coordinator, in accordo con le società emittenti e con esplicitazione nel prospetto informativo.

Il problema è che in passato, anche quando il prospetto vietava la presentazione di più domande allo stesso nome (ed accadeva nella maggior parte dei casi), le sanzioni erano poco efficaci.

Infatti, solo a mesi di distanza il collocatore poteva individuare il trasgressore (colui che era stato sorteggiato più volte), che nel frattempo poteva aver già venduto le azioni ed aver cambiato banca.

Questo perché, fino al 2001, non esisteva ancora un sistema informativo centralizzato per i collocamenti.

Con il 2001, la situazione è radicalmente cambiata.

Infatti la CONSOB ha fissato le regole dei riparti in maniera dettagliata, fissando il principio che questi devono essere gestiti in maniera centralizzata dal global coordinator.

In particolar modo, nel caso di richiedenti superiori ai lotti minimi disponibili, si procede ad assegnazione mediante sorteggio (peculiarità che rende queste offerte pubbliche di borsa relativamente simili alle lotterie).

Inoltre, è stato attivato un servizio per la gestione automatizzata delle IPO.

Artefice di questa innovazione è stata la SIA (Società interbancaria per l'automazione), che gestisce dal punto di vista tecnologico i sistemi di negoziazione, regolamento titoli e pagamento.

Infatti, se fino al 2001 ogni singola SIM o banca partecipante al consorzio di collocamento comunicava in blocco le adesioni al global coordinator, il quale poi effettuava il riparto, con la centralizzazione detto riparto deve essere effettuato su ogni singola sottoscrizione.

La Sia, su richiesta dell'ABI, l’Associazione Bancaria Italiana, ha così strutturato il nuovo servizio OPV.

Una specie di cervellone elettronico capace di convogliare tutte le adesioni, di mettere in contatto tutti i collocatori e di standardizzare le offerte.

Gestendo in questo modo, e simultaneamente, più collocamenti.